Prima di diventare un famoso ed apprezzato artista Orfeo, appena adolescente, era solito sedersi in riva al mare, su uno scoglio, dopo pranzo a guardare le nuvole muoversi morbidamente alle carezze del vento, come un gregge guidato da un pastore invisibile. E qui fantasticava, sogni ad occhi aperti si susseguivano nella sua mente e lui, con profonda partecipazione, a volte sorrideva e non raramente una lacrima gli inumidiva le gote. Per chi lo avesse visto di sfuggita il suo sguardo appariva rapito, profondamente assorto in chissà quali pensieri, una melanconia di fondo impalpabile ed evanescente come quelle pioggerelline estive irlandesi (che sicuramente non aveva mai conosciuto). Poi arrivato al limite della passione interiore, di quel fuoco che bruciava e purificava il suo spirito cantava al mare e ai delfini parole d'argento. Di colpo i flutti e le onde si placavano e le nuvole stesse si soffermavano nel cielo ad ascoltare. Capitò perfino che Apollo, suo nonno (era il padre delle nove muse, ricordiamocelo) trasportando il sole nel suo carro infuocato rallentasse di poco la sua corsa per capire da dove provenisse quella musica soave. Devo dire che i genitori di Orfeo non dovevano essere troppo contenti di un figlio che passava le sue giornate in riva al mare senza fare (apparentemente) nulla. Non aveva molti amici e i pochi che frequentava non gli erano poi così vicini, un po' di gente lo considerava sotto l'effetto delle foglie di loto o di oppio, altra gente omosessuale e altri semplicemente un cretino; ma si sà che quando una persona rifiuta in un certo qual modo una vita sociale, è la società stessa a rinchiuderlo nelle mura dell'emarginazione e delle dicerie. Allora ogni tanto il vecchio Eagro faceva irruzione nei sogni ad occhi aperti del figlio e rompendone la magia lo chiamava per la cena o per una mano nell'ormai di routine economia domestica. Una sera Eagro si dimenticò completamente del figlio, si era ubriacato con l'ouzo (si legge ùzo) che gli aveva portato la moglie Calliope da Mitilene (ci era stata per una delle solite cerimonie poetiche in suo onore) e come si suol dire non ci capiva più niente. Si mise a letto per alzarsi solamente la mattina seguente (per le dodici credo, l'alcol era così tanto da impregnargli la barba pesantemente!). Così Orfeo ebbe la possibilità di cantare fino a tarda notte, quando ricevette una visita inaspettata: Apollo in persona!
- Ho appena finito il mio turno di lavoro e mi sono precipitato qui non appena ho saputo che a cantare era proprio il mio nipote prediletto!
- Ciao nonno! Eh si, mamma mi ha insegnato qualcosa e io metto in pratica ciò che mi ho imparato da lei...
- Allora significa che hai preso dal lato buono della famiglia, - e sorridendo - oggi voglio farti un regalo. Prendi, questa sarà il tuo strumento.
- Ma non è la lira che ha costruito zio Hermes?
- Proprio quella! Adesso voglio che la tenga tu, ne sei all'altezza e io stesso ti darò qualche lezione.
Orfeo apprese presto l'arte della lira e divenne abbastanza abile da accompagnare il suo canto alle corde brillanti del suo strumento. Un giorno però il mare gli sputò in faccia una voce, - perché hai ucciso mia figlia? Vile! - e tante volte si ripeté da farlo smettere di suonare. Il giovane si guardò intorno e vide arroccata su uno scoglio una tartaruga molto grossa che apriva il becco ritmicamente, al suono dell'accusa che muoveva.
- Io non ho fatto proprio niente! Questro strumento l'ha costruito mio zio Hermes - e qui le peggiori bestemmie della tartaruga indirizzate al dio dei ladri - dimmi come posso rimediare.
- Non troverò pace fin quando mia figlia non avrà ricevuto delle degne esequie.
- Tutto qui? Ma posso tenermi il guscio?
- No! Turpe uomo!
- Ok,ok. Adesso vediamo cosa si può fare.
- Tuffati in mare, ti porterò al luogo del misfatto.
Orfeo si lanciò in acqua senza esitazione (aveva seguito un corso di nuoto qualche anno prima) e la tartaruga lo afferrò delicatamente per il braccio tra le sue fauci e lo trascinò letteralmente in una grotta a pelo d'acqua, nel soffitto di roccia un'apertura e tutt'intorno sabbia e gli oggetti che il mare vomitava ad ogni mareggiata. In un angolino c'erano tracce di sangue e i poveri resti di una tartaruga privata del suo guscio. - Eccola - disse sua madre singhiozzando e Orfeo sorrise (immaginatevi una tartaruga a piangere, se ne avete mai sentito il verso sappiate che è molto buffo), meno male che lei non se ne accorse. In men che non si dica al cantore venne in mente un'idea: smontò la sua lira e diede una degna sepoltura alla carcassa, poi fece di un masso lì vicino un cippo funebre. Tra i tanti rifiuti del mare trovò una scatola che doveva essere appartenuta a dei pescatori (si sentiva ancora la puzza del pesce che vi era stato deposto per la vendita al mercato!) e con questa ricostruì il suo strumento. Come prima cosa lo utilizzò per cantare un threnos (canto funebre) in onore dell'animale defunto. Così nacque la cetra...
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